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Interview "L'OPERA" - June 1997

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Fabio Armiliato, giovane tenore genovese, alle spalle tantissimi debutti ed una carriera di grandi successi in teatri prestigiosi è stato l’applauditissimo protagonista della Cavalleria rusticana in scena al Teatro di San Carlo di Napoli dove lo abbiamo incontrato durante una delle pause delle prove della produzione. Circa venticinque debutti in cinque o sei anni sono in estrema sintesi la presentazione della sua grande versatilità professionale e molte tappe importanti hanno costellato la sua carriera, tra queste una importante: il Metropolitan di New York.Giannetto-L'Opera
"Sono stato chiamato dal maestro James Levine per il "Simon Boccanegra" e, nel prossirno futuro la cosa più importante e imminente è la tournèe del Metropolitan in Giappone dove canterò "Cavalleria rusticana" e "Tosca" per la regia di Zeffirelli e la direzione di Levine. Per Tosca soprattutto va rilevato che si tratta di una recita straordinaria: tutte le altre le canterà Pavarotti ma per questa recita come "galà" il maestro Levine ha voluto me. Poi, nel prossimo autunno debutterò a Vienna con "Trovatore" e in Italia canterò Aida a Verona per le ultime tre recite del prossimo agosto: è il mio cruccio i teatri italiani, Genova Palermo e la Scala stessa sono importantissimi per me e mi offrono opportunità, ma la programmazione in Italia giunqe quando chi ha impegni con teatri internazionali dove fare i conti con i tempi; a me non piace cantare in eccesso o cantare senza prove. L’abitudine che ho preso è che bisogna provare sul posto per avere una resa ottimale, la voce non può essere fresca e non si può essere nella parte, altrimenti. Bisogna avere tempo per le prove e per la qualità della resa canora. Nell'era della comunicazione veloce questo spesso diventa impossibile come programmare gli impegni previsti dai cartelloni dei Teatri italiani con il sufficiente anticipo.

Allegro, cordiale di piacevolissima conversazione Fabio Armiliato ci racconta che al San Carlo ha lavorato bene con intensità osservando però anche che: "Il Teatro di San carlo è uno del teatri più importanti del mondo come struttura e rinomanza mondiale" - spiega - "e questo rispecchia anche la passione della gente di Napoli per questo genere musicale, anche se mi ha un pò colpito la mancanza della partecipazione durante lo spettacolo, cosa che io avevo sinora riscontrato nei pubblici di matrice tedesca, aspettare la fine per l’applauso, non credevo che ci fosse una correttezza simile. Io però sono tradizionalista, l’opera ha bisogno del consenso e la prestazione di un cantante è in funzione anche di quanto si sente "caricato" perché sa che sta facendo bene e perchè il pubblico risponde".

Il tenore, entusiasta del suo lavoro di cantante, sempre in corsa per gil impegni presi in tutto il mondo con i teatri piu prestigiosi e con New York soprattutto dove ha casa e studia con un maestro italiano, Giovanni Consiglio, non nasconde come gli inizi siano stati difficili, soprattutto trovare lavoro, la strada giusta e la propria identità professionale.

"Nel mio caso " - racconta "è stato difficile anche trovare un repertorio giusto; questa scelta è stata infatti sempre condizionata da scelte di lavoro. Opere adatte veramente a me non me le hanno mai proposte al momento giusto. Con i miei manager le prime liti hanno riquardato proprio il repertorio. Non ritenevo giusto che un ragazzo giovane incominciasce con opere come "Norma" o "Trovatore" senza fare prima "Traviata", "Boheme", "Lucia", "Butterfly", opere indispensabili per la formazione di una voce tenorile. Poi con la maturità si pu; cambiare. Io ho cominciato con "La Vestale", e poi ho interpretato "Norma" dopo cinque mesi: questa è una realtà con cui ho dovuto accompagnare la mia camera nei primi anni. Dopo soltanto due anni di carriera mi è stata proposta l’audizione alla Scala. Come si può pensare che teatri come la Scala siano un punto di partenza; sono invece teatri di arrivo, come il Metropolitan. "Una volta che si arriva a cantare in questi teatri, forse sono un’idealista" - sorride – "bisogna mantenere la propria posizione. Cosi è stato per tutti i grandi tenori del passato, non capisco come si puó stravolgere oggi questo che é stato un riferimento per anni "

Spiegando le tappe importanti della carriera di cantante non nasconde la pro pria soddisfazione per i risultati raggiunti: "Questo è il mio decimo anno di carriera" - spiega – "ho cominciato nel 1986 a Jesi on "La Vestale" dopo avere fatto anche parecchi anni nel coro. Prima di cominciare a cantare sono stato per sette anni nel Coro di Genova ed ho interpretato anche qualche piccola parte, per fare esperienza e cominciare a lavorare e calcare il palcoscenico. Ho studiato al Conservatorio e mi sono diplomato a Genova, poi ho cominciato tutta la trafila di esperienze di studio nella difficoltà in cui ci siamo dovuti barcamenare purtroppo un po’ tutti della mia generazione: quello che lascia un po’ a desiderare l’aspetto dell’insegnamento. La difficoltà di trovare un maestro giusto, che sia agganciato alla tradizione italiana; un poco questo si è perso, esiste una difficoltà a trovare l’insegnante. "Ho girato un pò, insomma, ho provato con parecchi maestri, e quando ho cominciato a cantare, ho fatto un pò da autodidatta, mettendo insieme tutte le nozioni da solo. Due persone mi hanno aiutato particolarmente: Franco Corelli che è sempre stato il mio ideale di cantante e che poi, quando lo ho incontrato di persona, mi ha aiutato molto a riordinare le mie idee musicali, e poi la persona con cui attualmente studio e che vive a New York, Giovanni Consiglio. Avere un maestro che aiuti a trovare la propria identità, è fondamentale, anche perché un cantante deve sapere trovare la propria identità da se. E’ difficile che un maestro riesca a preparare cinquanta allievi tutti con le stesse capacità: di solito è un’affinità che si trova tra maestro e cantante: "Un cantante se ha in sè delle qualità da sviluppare e mettere a fuoco, come le problematiche della tecnica vocale allora può venire aiutato a trovare una propria nell’espressione attraverso l’e sperienza, e non va dimenticato quanto sia importante l’esperienza del palcoscenico stesso, che è il migliore maestro.
" Sulla necessità delle prove e sulla opportunità di provare con tempo sufticiente e senza stress, Armiliato è estremamente preciso, anche perché nella sua esperienza professionale, ci racconta, è stato costretto a fronteggiare ruoli senza prove preliminari.Cavalleria-L'Opera
"Esiste un pò oggi la fretta di andare in scena" - precisa - "tante volte non ci sono i mezzi per esercitarsi ma invece provare è fondamentale. A me è capitato di affrontare esperienze di debutto senza prova, come l’"Ernani" a Roma con Patanè o "Tosca" a Caracalla o ancora "Un ballo in Maschera" a Parma; in questo caso avrei dovuto fare una delle recite ma ho fatto invece la prima. E’ andata bene ma ho fatto una riflessione: mi rendevo conto di cosa stavo consumando e di cosa stavo invece maturando. Ho cercato di vedere quale era la strada più giusta per trovare il mio spazio per 1e prove e per il mio repertorio: in Italia questo era impossibile e così ho optato per l’estero. Una audizione in Austria mi ha introdotto nei teatri di area germanica. Ad Essen ho potuto fare prove e maturare la mia dimensione di artista. Seguito da un regista ho potuto inoltre verificare anche la capacità di stare in scena come attore e questa esperienza mi ha dato molto. E stato inoltre importante il mio incontro con il Teatro di Anversa in Belgio dove ho cantato per sei stagioni consecutive con debutti ogni anno, "Don Carlo", "Macbeth", "Tosca" due volte "Bohème", "Manon Lescaut". Molte regie erano del regista canadese Robert Carsen.

Se dunque la didattica e l’accademia funzionano, esse sono purtuttavia efficaci soltanto fino ad un certo punto; la cosa pià importante è la pratica, insieme alla tecnica ed al controllo della voce, ma occorrono dei posti dove si può essere in grado di debuttare dei ruoli in tranquilità, senza grande aspettativa da parte del pubblico e della critica.

"Questo è l’ "handicap" maggiore in cui ci troviamo in particolare oggi "- spiega Armiliato – "Tante persone della mia generazione hanno dovuto sopperire a questo andando all’estero o in teatri meno nell’occhio del ciclone, per avere la possibilità di maturare lentamente, anche se i pubblici oggi sono ovunque sempre pià esigenti. Parliamo, ad esempio, di questa provincia che non c’è più. In effetti manca la fucina di sperimentazione che era la provincia. Oggi, anche in provincia, la competizione è tale che tutti vogliono le grandi produzioni ed i grandi nomi. Una volta questo si faceva, ma assennatamente. Gigli ad esempio ha cantato anche nei piccoli teatri e magari era l’unico "grande", intorno a lui c’era una compagnia di giovani. I cantanti di una volta non si vergognavano affatto di cantare in provincia quando era utile e poteva anche dare slancio all’opera stessa ".

"Cantare è per me la più grande gioia, sono nato in una famiglia di gente che ama l’opera" - spiega il tenore sorridendo - "e che per l’opera ha grande rispetto e passione. Se mi mancasse questo piacere e questa gioia smetterei. Chi va all’opera ad ascoltare musica deve provare piacere; se chi canta non prova gioia nel farlo è difficile che riesca a comunicare all’altro la possibilità di poter godere di una sera ta…...L’atteggiamento dell’artista deve essere quello della gioia del canto. Ricordo che mio padre mi faceva ascoltare i dischi di Beniamino Gigli fin da quando ero piccolo e la gioia che perveniva da questa voce e stata per me sempre uno stimolo ed un punto di riferimento in campo musicale e vocale: La gioia stessa del canto. Siamo sempre stati considerati in Italia un popolo dl cantanti, oggi forse cantiamo un pochino meno di una volta forse dipende da qualche cosa che è cambiato in noi, ma sento che senza il canto la gente perde molto, è una delle cose più belle".
Proviamo ad essere provocatori, a questo punto, e chiediamo ad Armiliato se ricomincerebbe da capo la sua carriera di cantante. La risposta è scaltra, sorridente:  "Sono contento di come sono adesso, perchè pensando alla difficoltà di cominciare forse ci penserci due volte" - confessa divertito – "Mi farebbe piacere ricominciare; io amo iI canto ed amo l‘opera, lo ritengo più che un lavoro, una passione, un modo di vita: la ricerca vocale non è altro che ha ricerca di noi stessi, di qualcosa che abbiamo dentro di noi e che sviluppiamo come un materiale grezzo cercando di farlo crescere e maturare con noi, con he nostre esperienze, le nostre conoscenze, e anche con le esperienze pratiche, fino a portarlo alla perfezione, anche sapendo che essa in definitiva poi non esiste ".
"Sono fortunato della realtà che vivo -continua – "e mi sento privilegiato nel fare un lavoro unico e così bello. I ruoli che ho cantato li sognavo da ragazzo, questo mi ha reso sempre molto orgoglioso. Ho cantato tanti ruoli in teatri importanti, ed è già in qualche modo come vedere un sogno avverarsi, ma un sogno non realizzato esiste per me, ed è quello di poter vedere l’opera di nuovo ritrovare la propria dimensione "dentro la gente" , nella passione e nella verità dei sentimenti, con il recupero del passato, considerato quasi sempre in negativo; un recupero di quello che facevano i grandi del passato, magari filtrato da una mentalità moderna ma in positivo sarebbe l’ideale. Recuperare, insomma, un valore storico che è la nostra eredità da portare ad esempio alle generazioni future. Abbiamo una tradizione che ci ha portati ad essere i primi nel mondo, e che andrebbe recuperata con rispetto e consapevolezza".

Antonello Santini

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Last modified: febbraio 09, 2004
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