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IL MESSAGGERO VENETO -
20 Marzo 2003

Buone le prove di tutti i cantanti. Energica la direzione sul podio di Massimo De Bernart
Binomio verista sempre efficace
“Cavalleria” e “Pagliacci” insieme a Trieste dopo mezzo secolo


TRIESTE. Nel 1993, elogiando l’accoppiata Cavalleria rusticana-La voix humaine, che apriva la lirica alla sala Tripcovich, scrivemmo: «Certo è che per Cavalleria il divorzio da Pagliacci sembra ormai definitivo». Ed eccoci invece, dopo dieci anni, a riapplaudire insieme lo storico binomio verista Mascagni-Leoncavallo.Attenuanti le avevamo: le due opere, pur essendo tra le più popolari e frequentate, non apparivano infatti più insieme da quasi mezzo secolo e cioè dall’estata 1954, da una stagione al Castello segnata dall’attesa della redenzione; e anche in precedenza l’abbinamento era stato molto saltuario. Eppure, dopo Cavalleria del 1891, già all’apparizione di Pagliacci (1893), esse si erano subito legate assieme. Ma al di là di queste curiosità e degli studi che puntano a rivalutare il napoletano Ruggero rispetto al livornese Pietro, ci sembra sempre valido il giudizio di quanti scrissero che, verismo meridionale o meno, si tratta di creature di casa nostra: ardente, primitiva, carica di istinti Cavalleria, dall’impulso dinamico più elaborato, con ricerche di caratterizzazioni psicologiche, Pagliacci; ma in tutt’e due comune l’ispirazione facile e abbondante, la colorazione pittorica, la violenza delle passioni, la nobile integrità degli elementi musicali immuni da influssi.
Certamente martedì c’era ancora in sala qualcuno che aveva ascoltato Mascagni dirigere al Verdi il suo capolavoro giovanile, nel cinquantenario dell’opera, come ce n’erano di più che nel ’58 avevano applaudito il centenario di Leoncavallo; ma quanti altri ricordi di queste due tragedie della gelosia e del tradimento, con voci di grido, fino, come detto, al 1993, di cui sono rimasti Johannsson e la Casolla, ma nella seconda compagnia.
Martedì a rendere, nel vibrante crescendo, le disperate suppliche di Santuzza, creatura di Verga, è stata invece l’americana Michèle Crider, cantante di colore che ha vinto il Pavarotti e ora è una stella in Europa, soprattutto con Verdi. Calde note e temperamento drammatico non mancano certo a questa artista che ha reso il tormentato personaggio, nuovo per lei, con bruciante passione e struggente umanità. Le era accanto (mancava da tempo) il ligure Fabio Armiliato, che invece ha in Turiddu uno dei cavalli di battaglia per l’impeto baldanzoso, le belle note virili e temprate, sicure nello squillo e incisive nell’espressione, tutte qualità elette che ha poi trasferito con altrettanto tempestoso vigore nell’angosciato personaggio di Canio, acclamato a lungo in Vesti la giubba. Questo del doppio impegno è fatto abbastanza raro (si ricorda un Pertile nel ’27) ed è stato affrontato pure da Alberto Mastromarino, qui già noto per l’abilità con cui ritaglia personaggi di istintivo verismo, grazie alla prestanza fisica e alle note vibranti e profonde: ammirevole Alfio, roso dal tradimento, è stato anche un Tonio di cupa incisività, fin dall’exploit del prologo. Amarilli Nizza, milanese in sicura ascesa, è entrata con seducente femminilità nel personaggio di Nedda, che porterà a Macerata, esibendo una vocalità squillante e generosa. La puntuale Lola della serba Svetlana Serdar, la commessa Lucia di Antonella Della Pozza e le ottime prestazioni di Amedeo Moretti e Paolo Stecchi hanno completato i due efficaci cast. Molto atteso sul podio era Massimo De Bernart, uno specialista del verismo, per troppo tempo ignorato dal Verdi, il quale ha dato buona prova, dirigendo con penetrante energia e curando tinte e atmosfere alla ricerca di dosature ritmiche vibranti e di finezze timbriche negli intermezzi sinfonici, assecondato con lode dall’orchestra, mentre il coro guidato da Seminara troverà certamente una migliore amalgama. Intriganti la regia di Francesco Torrigiani e le scene e i costumi di Sergio d’Osmo, fuori dagli schemi tradizionali siculi e calabresi, levando ogni facile richiamo al folclore. I simboli concettuali del regista hanno trovato pieno riscontro, con le evocative luci di Schmid, nelle espressioniste cornici di d’Osmo, dal teatro pagano, che si apre al rito pasquale come a una ferita, alla brechtiana incastellatura da hangar per il dramma istrionesco. E ascoltando Pagliacci il pensiero è andato pure al musicologo viennese Marcel Prawy, appena scomparso, che aveva visitato a lungo Montalto per poter offrire alla tv austriaca un eccezionale documentario sui luoghi che ispirarono Leoncavallo, scoprendo aspetti inediti.
Tanti applausi per tutti e repliche fino al 30.

 DANILO SOLI

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Last modified: febbraio 09, 2004