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Fabio Armiliato: l’ultimo (forse) degli Chénier.

Rappresentata al “Regio” di Torino la celebre opera di Umberto Giordano

 

Nell’ambito della produzione musicale di Umberto Giordano si segnalano tre fondamentali opere: Fedora, Andrea Chénier e Siberia. Fra queste Siberia è di gran lunga la migliore. Almeno così ritengono insigni compositori. Non ha dubbi Gabriel Fauré che in una celebre recensione scrive: “Non credo di esagerare dicendo che il secondo atto di Siberia prenderà certamente posto tra le pagine più singolari e più accattivanti che la musica drammatica moderna possa offrire”. Di pari avviso è Alberto Franchetti che in una lettera indirizzata al librettista Illica ribadisce il concetto, accentuandone i toni: “Come bellezza musicale Siberia è il più bel lavoro di questi ultimi anni, e ciò dico con la stessa sincerità con la quale ho dichiarato che non mi piace lo Chénier […] Credi pure che in arte non guardo in faccia a nessuno. Giordano è indubbiamente il maestro della “giovane scuola” che dà più speranza per l’avvenire”.

Nonostante tali illustri pareri, è la Storia a non rendere giustizia a quest’opera: Siberia è oggi pressoché dimenticata, mentre Andrea Chénier gode di ottima salute. Dirò di più. Poche opere vantano un altrettale cammino di popolarità. Uno sguardo alla situazione torinese chiarirà il senso delle mie parole. A partire dal gennaio del 1916, come osserva il critico Giorgio Gualerzi, a Torino si assiste ad “un autentico “boom” di Chénier che nel volgere di un ventennio porta a ben ventotto il numero delle edizioni (di cui ventiquattro ininterrottamente fino al 1933), distribuite tra sette teatri. Poi, dopo una sosta triennale, il cammino dell’opera giordaniana riprende nel maggio 1939, inanellando, durante un decennio, altre otto edizioni. Il restante mezzo secolo coincide con la crisi definitiva ed irreversibile del teatro lirico italiano (sparizione dei teatri minori, riduzione dei principali cartelloni a pochi titoli) che, nel caso di Chénier, risente anche della progressiva rarefazione dei tenori in grado di esserne protagonisti. Un fatto è certo: se l’edizione 1940 dell’Annuario del Teatro Lirico Italiano riportava i nomi di ben 48 tenori disponibili per il capolavoro di Giordano, oggi non si riesce a metterne insieme mezza dozzina”. Le parole di Gualerzi, come al solito, illuminanti, riflettono appieno le proporzioni del problema. Di fronte alla modernità, al proliferare di una produzione contemporanea incapace di soggiogare completamente il pubblico, Andrea Chénier continua a rappresentare la tradizione che resiste, una tradizione ove è la melodia, il canto istintivo, irrefrenabile, appassionante a trionfare. Ma l’alto gradimento del pubblico non è da solo sufficiente a garantire un’elevata quantità di rappresentazioni dell’opera, in assenza di adeguate voci. La crisi delle voci stentoree (o, per la precisione, di valide scuole di canto) in cui versa l’attuale panorama lirico desta sempre più preoccupazione. In questo scenario desolato, profondamente grigio, una delle poche credibili possibilità di Chénier proviene dalla voce di Fabio Armiliato. Le recenti recite da lui sostenute al Regio di Torino ne sono state la conferma. L’impianto timbrico e lo spessore dei mezzi in suo possesso non sono quelli di un autentico tenore di forza. Siamo d’accordo. Purtuttavia non bisogna dimenticare che l’opera in questione non è solo foga declamatoria e piglio nervoso. Non è solo slancio eroico, quello, per intenderci, di “Si, fui soldato”. È anche introspezione lirica, afflato poetico. Elementi, questi, troppo spesso dimenticati. Ed è proprio su questo terreno, invece, che s’avverte la zampata di Armiliato. La morbidezza del suo canto, infatti, che si dipana sapientemente su di un tessuto timbrico gradevolmente brunito, rende pienamente giustizia all’aspetto maggiormente obliato, ma sommamente vero, del personaggio giordaniano: quello lirico. Manco a dirlo, il vertice supremo della interpretazione da lui proposta al Regio riposa proprio nell’aria, “Come un bel dì di maggio”, la quale sommessamente apre l’ultimo atto dell’opera, prima del drammatico epilogo. Il lirismo, dunque, nell’interpretazione di questo tenore, svetta e vince sulla forza bruta, riconducendo Chénier alla sua dimensione più autentica.

Fabio Armiliato è, al momento, lo Chénier di gran lunga preferibile, uno Chénier, in continua maturazione artistica, che teme sulla sua strada ben pochi rivali. Speriamo, comunque, che il futuro riservi a qualche altro tenore la possibilità di cimentarsi in questo ruolo. Naturalmente con gli stessi  risultati del primo.

Alberto Bazzano

 

 

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Last modified: febbraio 09, 2004